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OCCUPAZIONE NELLA SOCIETA' DELL'INFORMAZIONE: L'INGANNO DELLE 35 ORE.
GRUPPO DI LAVORO DI FORZA ITALIA, ROMA

Franco Malerba, Deputato al Parlamento Europeo, 12-2-1998.

Il dibattito sulla legge delle 35 ore e l'ipotesi di ridistribuire il lavoro tramite la riduzione per legge dell'orario di lavoro mi hanno indotto ad alcune riflessioni sulla evoluzione del lavoro alla soglia della trasformazione della societá dell'informazione che vorrei proporre come tema di approfondimento.

Il problema della disoccupazione e il modello di sviluppo europeo.

L'analisi del fenomeno della disoccupazione si presenta ad una prima lettura in questi termini: da una parte la politica della maggior parte dei governi europei impedisce piuttosto che stimolare la generazione nuovi posti di lavoro (nonstante le dichiarazioni altisonanti), dall'altra Stati Uniti e Gran Bretagna sono riusciti a riassorbire la disoccupazione riducendo il livello di protezione sociale. Purtuttavia sarebbe difficile sostenere che le politiche di quei governi che di fatto impediscono lo sviluppo del lavoro non siano frutto di scelte democratiche; la conferma più eclatante è la sanzione elettorale della politica riformista di Alain Juppé in Francia e il ritorno al potere della sinistra di Jospin.

Si direbbe che ci sia un atteggiamento culturale in Europa che privilegia la società delle garanzie rispetto alla società delle opportunità, che penalizza l'impresa e i giovani rispetto ad una revisione del sistema fiscale, del diritto del lavoro e dello stato benefattore. La funzione degli ammortizzatori sociali è mutata da rete di salvataggio nelle transizioni economiche negative a produttore di disoccupazione e di lavoro nero: anziché palliare all'assenza momentanea di lavoro gli ammortizzatori hanno istituzionalizzato la disoccupazione (il disoccupato che trova lavoro perde i "vantaggi della cassa...").

L'Europa affronta dunque l'unione monetaria, dalla quale ci si può aspettare un'accelerazione delle sfide dell'economia e della competizione, senza un modello certo e coerente di sviluppo e di distribuzione delle risorse e della ricchezza.

Come cambia il lavoro alla vigilia del 2000.
Mi sembra che il dibattito sulle 35 ore guardi ad un modello del lavoro tipico della società industriale da cui stiamo uscendo, al lavoro strutturato, rappresentabile, tipo impianto di assemblaggio, dove progressivamente i robot (il capitale) sostituiscono l'uomo. Questo tipo di lavoro è quello che sta scomparendo e che è al centro della crisi del sistema. L'ipotesi di suddividere questo lavoro tra più lavoratori è tecnicamente possibile ma (paradossalmente) la riduzione dell'orario di lavoro accelererebbe i processi di robotizzazione o di delocalizzazione e quindi la sparizione di questo tipo di lavoro. Sta emergendo prepotentemente nella nostra società il lavoro associato alla gestione e manipolazione di informazione, lavoro tipicamente "non strutturato e non rappresentabile", dalla ricerca alla cultura, dalla sanità alla pubblicità, ai teleservizi alla formazione. Questo tipo di lavoro è di difficile segmentazione (la riduzione rigida dell'orario di lavoro non funziona) e sostituisce alla misura "tempo al lavoro, in fabbrica o in ufficio", la misura "talento, specializzazione, bravura, motivazione, flessibilità. Questo ambiente delle nuove professioni è l'anticipazione della società di domani. Esiste poi sempre la miniera inesaurita dei servizi di prossimità (piccoli lavori, assistenza sanitaria a casa, lavori domestici, istitutore,..), sempre più necessari ma messi fuori mercato dalla assimilazione dei contratti di lavoro a quelli del comparto industriale dove la produttività del lavoro è stata moltiplicata dalle macchine e dal progresso tecnologico. Anche questo tipo di lavoro è scarsamente "rappresentabile", e non è in grado di sopportare nè una rigida normativa né una pesante fiscalità pena la sparizione.

Da queste considerazioni sull'evoluzione del lavoro osservo che:
il lavoro non è una risorsa finita in via di sparizione (solo il lavoro robotizzabile lo è); la rappresentazione dei bisogni dell'uomo cambia velocemente grazie al progresso scientifico e tecnologico e cosi anche le occasioni di lavoro e la fruizione di tempo libero.
L'ipotesi della riduzione dell'orario di lavoro per legge si potrebbe applicare al segmento "lavoro strutturato". Sarebbe inefficace, forse impossibile "strutturare" con leggi i tempi di lavoro delle nuove professioni dove invece il criterio della flessibilità e della qualità sono i criteri di successo. Il settore "servizi di prossimità" potrebbe rinascere con una normativa e fiscalità completamente diversa dal lavoro industriale.
Lo stato delle "garanzie" limita la generazione di opportunità e di ricchezza ma trova la sua radice nella politica che negozia il consenso elettorale attraverso la rappresentazione e la difesa di interessi di parte (lo stato garante rafforza in senso politico le organizzazioni che rappresentano gli interessi garantiti).
Le macchine e la tecnologia producono disoccupazione ma soprattutto producono ricchezza: non é dunque vero che il mondo si sta impoverendo, semmai esiste un problema di organizzazione e di distribuzione. Non è politicamente sostenibile l'idea di una regressione sulla scala delle acquisizioni sociali (ad esempio riducendo i salari) per rallentare i processi di razionalizzazione e di automazione.
Nella nostra società il progresso economico si caratterizza per un'intensità di capitale crescente e il reddito del capitale ha tendenza a crescere piú rapidamente del reddito da lavoro; d'altro canto cresce molto velocemente la quota di reddito ridistribuito per solidarietà. L'analisi di questa situazione suggerisce una tesi rivoluzionaria che oggi, perché ci sia sviluppo, c'é sempre bisogno di lavoro, ma non é piú necessario che tutti lavorino per generare il reddito di cui c'è bisogno.

Lavoro o reddito? Una rivoluzione copernicana
La funzione di invariante sociale del lavoro potrebbe essere arrivata al tramonto (e quindi il diritto naturale al lavoro, i contratti collettivi, ecc.) Dopotutto il lavoro come dato fondatore del contratto sociale (come invariante cui tutto ruota attorno) ha questo ruolo nella societá industriale, ma non l'aveva nella societá nomade (in cui il contratto sociale é basato sulla sopravvivenza) o nella societá agricola (in cui il contratto sociale ruota attorno al possesso della terra). Nella transizione verso la società delle conquiste tecnologiche, dei consumi e del benessere, il cittadino ha anzitutto necessita di un reddito per accedere a beni e servizi; questo reddito, questa chiave di accesso e di appartenenza alla società, diventa un diritto essenziale. Si direbbe che il diritto al reddito viene ormai percepito come anteriore diritto al lavoro (nessuno si lamenta della Domenica!). Rimane forte il desiderio di "appartenenza" alla società attraverso le attività professionali, ma queste si accompagnano a richieste crescenti di tempo libero e di realizzazione di aspirazioni individuali.

Ma il diritto ad un reddito "universale" non dovrebbe assolutamente interferire con la dinamica del lavoro, che rimane più che mai il propulsore innovante dello sviluppo: il diritto al reddito non deve diventare un disincentivo, un impedimento al lavoro. La rivoluzione copernicana di cui c'è bisogno deve assicurare a tutti i cittadini il diritto a un reddito "di cittadinanza", deve promuovere la libera dinamica del lavoro, deve valorizzare la creazione di ricchezza in una societá libera e pronta a cogliere le opportunità delle rivoluzioni tecnologiche.

Dagli ammortizzatori sociali al reddito di cittadinanza.

Istituti come il salario minimo o come l'indennità di disoccupazione non hanno creato posti di lavoro, ma hanno consolidato la disoccupazione. I prepensionamenti continuano a premiare il non-lavoro (e il lavoro nero) mentre le imposte sul reddito troppo alte disincentivano chi vorrebbe lavorare di piú. Il modello socialista reale ha perso ogni credibilità ma anche il modello liberale classico (caratterizzato spesso di selvaggio) non soddisfa le aspettative della nostra società. Si sente il bisogno di un modo "liberale cooperativo" in cui la deregolamentazione del mercato e la flessibilità del lavoro non favoriscano i soli detentori del capitale, una società in cui una parte della ricchezza generata sia presa in carico dalla collettivitá per garantire a tutti un reddito (universale? di sopravvivenza? di cittadinanza?) per il solo fatto di appartenere a quella società, indipendentemente dalla "certificazione di lavoratore".

Prima di avventurarmi sul come dimensionare questa proposta di società credo che si debba aprire il dibattito. Resto dell'idea che l'Europa, se davvero vuole darsi una dimensione sociale propria e non vuole assimilarsi semplicemente al modello americano, deve farsi pioniera su queste piste.

 

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